voci dalla scuola

Il bullismo che colpisce al cuore

Riceviamo e pubblichiamo il contributo dell’avvocato Laura Fano, genitore di un alunno delle Scuole annesse.

Il bullismo che colpisce al cuore
di LAURA FANO
"E' malvagio. Quando uno piange, egli ride.

Provoca tutti i più deboli di lui, e quando fa a pugni, s'inferocisce e tira a far male. Non teme nulla, ride in faccia al maestro, ruba quando può, nega con una faccia invetriata, è sempre in lite con qualcheduno. Egli odia la scuola, odia i compagni, odia il maestro".

Così Edmondo de Amicis ci dipinge Franti nel libro Cuore; un libro che, dopo anni di grandioso successo, è oggi un grosso punto interrogativo. È difficile, infatti, trovare un testo della letteratura italiana che abbia subito una così drastica caduta di consensi, dopo essere stato più o meno acriticamente incensato da intere generazioni di lettori. Tutti i nostri padri, nonni e – per chi è più giovane – bisnonni l’hanno amato intensamente: poi, grosso modo a partire dagli anni Sessanta del Novecento, il libro ha subito una sorta di damnatio memoriae. Da manuale di educazione da trasmettere a figli e nipoti, di fatto Cuore è stato retrocesso a mieloso libello di propaganda patriottica.

Nell’opera di De Amicis, Franti è lo scolaro mascalzone, «una faccia tosta e trista, […] che fu già espulso da un’altra sezione». Oggi diremmo il bullo, lo spaccone, il prepotente della classe; ma poco cambia. Franti incarna in Cuore il modello negativo per eccellenza: è il ragazzo che non s’ impegna, che prende in giro i più deboli e manca di rispetto agli insegnanti.

Ma chi è il bullo? Cercando i sinonimi del termine troviamo: sbruffone, teppista, bravaccio, delinquentello, giovinastro, borioso, gradasso, smargiasso, spaccone, vandalo, ragazzaccio, malandrino, vanaglorioso.
Nonostante non si trovi nei dizionari storici, "bullo" è una parola antica che risale al Rinascimento. Tommaso Garzoni, erudito nato a Bagnacavallo, la usò in una sua opera, "La piazza universale di tutte le professioni del mondo" pubblicata a Venezia nel 1585. In quest'opera, il termine bullo era affiancato a «bravazzi, spadaccini e sgherri di piazza. Il primo a registrare questo termine in un dizionario e' Alfredo Panzini: lo definisce voce romanesca che sta per "smargiasso, bravaccio, teppista".

Il significato della parola dunque si associa all'inizio ad un'idea di violenza organizzata e ad un concetto di isolamento ed estraneita', di prevaricazione e di prepotenza. Poi nel Novecento il significato si attenua: indica per lo più soltanto un giovane arrogante. Non solo. Con Pasolini diventa persino un vezzeggiativo: bulletto di provincia.

La definizione di bullo nel nostro Paese ha un'accezione che stempera la gravità della violenza e sopraffazione che vuole denunciare. Il bullo, nel senso comune e moderno, è il gradasso, quello che si da' delle arie, ma che non necessariamente prevarica gli altri, anzi spesso il termine "bullo, bulletto" ha un'accezione positiva, di affettuosa presa in giro. E' però necessario mettere da parte questo significato per comprendere il problema: il bullismo è una forma di comportamento sociale di tipo violento e intenzionale, di natura sia fisica che psicologica, oppressivo e vessatorio, ripetuto nel corso del tempo e attuato nei confronti di persone considerate dal soggetto che perpetra l'atto in questione come bersagli facili e/o incapaci di difendersi e che racchiude in sé molteplici condotte penalmente perseguibili.

Il bullismo è l’insidioso morbo che infetta le giovani generazioni ed è purtroppo in costante crescita; sta espandendosi a velocità siderale. Basti pensare che negli ultimi tre anni, in termini di percentuale, è raddoppiato. I dati sul bullismo e sul cyberbullismo, ossia le azioni di bullismo si verificano attraverso Internet (posta elettronica, social network, chat, blog, forum), o attraverso il telefono cellulare e che vedono bersaglio soprattutto le femmine, sono spaventosi e allarmanti, sintomo di un problema vasto che non può essere sottaciuto.

Nella quotidianità della vita di classe il “bullismo” sta strappando i fili nobili dell’amicizia, della cooperazione e della solidarietà. Già nella Scuola dell’infanzia si registrano cifre allarmanti di “bullismo” che si moltiplicano a macchia d’olio nelle successive Scuola primaria e Scuola secondaria. I dati documentano che un alunno su cinque recita tra i banchi il copione del “bullo” o della “vittima”.

Sorprendersi perché la scuola di ogni ordine e grado non è un luogo di cherubini è un po' ingenuo. Viviamo in un mondo violento, dove la sopraffazione è pane quotidiano. Bene: anche la scuola del Cuore (1885) è segnata dalla violenza. Non si tratta solo del famigerato Franti, il cattivo per eccellenza, che a un certo punto minaccia Derossi «di piantargli un chiodo nel ventre». C'è, nel libro, un continuo aggredire con ingiurie e mazzate. E perfino il più buono di tutti, il quattordicenne Garrone, «ha un coltello col manico di madreperla che trovò l'anno passato in piazza d'armi». Senza contare che qualche volta anche l'ottimo maestro perde il lume della ragione e si slancia sui suoi alunni peggiori strattonandoli e trasportandoli di peso dal Direttore.

Louis Pergaud nel suo “La guerra dei bottoni” ci presenta la lotta tra due bande di ragazzini di periferia che si divertono a incontrarsi e scontrarsi per affermare la propria forza, delimitare i territori o, più semplicemente, occupare il tempo con i pochi mezzi a disposizione. Pochi mezzi o quasi nulli, a parte la natura, perché stiamo parlando dell’anno 1912. Letto, straletto e consigliato per gli adolescenti, è un must da più di un secolo, e mai come oggi ritorna attuale.

A chi non è capitato di prendere a pugni un compagno? Quando eravamo bambini, le nostre giornate di giochi erano piene di sfide: sfidavamo i pericoli, i bambini prepotenti, i divieti dei genitori. Salivamo sugli alberi, giocavamo a saltare da muri alti tre e anche quattro metri, organizzavamo gare di cbicicletta; capitava anche di “fare a sassate”: qualche volta per davvero, contro gruppi di bambini ostili e talvolta, anche se può sembrare assurdo, tra noi, amici contro amici. Spinte, strattoni e qualche brutta parola di troppo fanno parte del percorso di crescita da sempre, non accettato dai genitori forse, sicuramente da punire o redarguire, ma i manuali di pedagogia e psicologia ci insegnano che è così. Ancora più spesso capita che dopo una litigata del tipo sopra descritto, dopo aver “preso le misure”, i protagonisti si stringano in un’ amicizia che a volte dura per anni.

I nostri eroi erano Supermen e L’Uomo Ragno, e le nostre letture erano quelle classiche. Da Topolino a Salgari. E I ragazzi della via Paal ; se non è stato letto, si ricorderà il titolo, scritto all’inizio del secolo scorso, 1907. Il libro, per convenzione, appartiene al genere «per ragazzi», in realtà dovrebbero leggerselo gli adulti. Si tratta di un vero e proprio manuale del bullismo. In quel romanzo i gruppi - o meglio dire: le bande - hanno i loro capi, i loro vice, i soldati semplici, i tribunali, le sentenze, le esecuzioni delle sentenze, i feriti leggeri e i feriti gravi.

Boka, il capo dei ragazzi della via Paal, l’unico che aveva il grado di generale, ci sembrava un bambino meraviglioso: coraggioso, intelligente, buono e “duro” al tempo stesso, che oltre a saper pensare per sé, sapeva pensare anche per il gruppo. Giocavamo ispirandoci alla storia o prendendo spunto da essa. C’era sempre qualcuno di noi che svolgeva il ruolo di sentinella. I più piccoli, naturalmente, come è giusto. Accanto ad alcuni ragazzi grandi che non ci rispettavano ve ne erano altri, che ci difendevano dai primi.

Una cosa valeva su tutte: non dovevamo essere prepotenti con nessuno; ma se avessimo incontrato un prepotente dovevamo sapere che chi mena prima mena sempre due volte. Il cameratismo, poi, era assoluto, perciò tutte le volte che un bambino, che magari conoscevamo ma che comunque non era dei nostri, si comportava con prepotenza con uno o altro dei nostri piccoli, c’erano due o tre di noi che si sentivano in dovere di intervenire.

Ognuno di noi, si è ferito gravemente almeno una volta e ha avuto di punti di sutura e benché i nostri giochi fossero pieni di pericoli e di scontri con adulti e con altri bambini, i genitori non si preoccupavano per noi. I più sfortunati avevano il comando di farsi vedere a una certa ora o quello di non allontanarsi troppo. Si affrontava con coraggio il rientro a casa nella certezza di prenderle di santa ragione. Ma, anche questo faceva parte del gioco.

Ora è diverso. La scazzottata o lite che sia, viene “mandata in rete” ed in pochi minuti viene manipolata dai media che, sfruttando la ben conosciuta morbosità di un certo pubblico, raccolgono consensi, sviluppano tuttologi e finti benpensanti e amplificano il fatto oltremisura. Una notizia facile, veloce, correlata da video. Nessuno sforzo, una parte di cronaca già fatta e finita. Questo è grave. Si rischia così di traumatizzare oltre il dovuto i protagonisti, lanciando inoltre una moda molto pericolosa. Non c’è giorno in cui aprendo il quotidiano non ci sia notizia delle gesta di bulli, a cui si dà tanto risalto perché, in realtà, sono il sintomo, prima di tutto, del disorientamento dei «grandi».

Il bullismo è un grido d’aiuto, come lo stalking per gli adulti. Non buttiamoli in pasto ai cacciatori di facili scoop. Limitiamogli l’uso dei cellulari, iscriviamoli ad uno sport, avviciniamoli in qualsiasi modo alla lettura e alla cultura, riempiamoli di contenuti e non di cose.

Ed è per questo che oggi, più che mai, abbiamo bisogno di più Cuore. Perché De Amicis avrà anche esagerato, ma certi suoi valori (come la fratellanza nazionale, il rispetto dei deboli, l’altruismo, il senso del dovere, l’umiltà) sono universali, validi anche per un’epoca, come la nostra, che sembra averli dimenticati.

Tratto da Il SudEst, rivista online
Giornale di Puglia di Politica Cultura Informazioni e Notizie.

Prove invalsi e esami di stato in una scuola delle persone: se ne è parlato al Convitto Cirillo

disalPRESENTATA DA FRANCO LORUSSO L’ASSOCIAZIONE DISAL, INTERVENUTO IL PROVVEDITORE, RELAZIONI DI ALBA DE CATALDO GIOVANNI MAGISTRALE ED EZIO DELFINO CONFRONTO TRA PRESIDI E DOCENTI

 

Il seminario  interregionale Puglia-Basilicata Disal dell’8/10 presso il CN “D. Cirillo” di Bari ha facilitato il confronto diretto, sereno e collaborativo tra i docenti, i presidi presenti e il provveditore, prof.ssa G. Lotito, sulle sfide della scuola  (buona) e sull’attualità delle prove INVALSI, soprattutto rispetto agli esami di stato conclusivi del I e del II ciclo di istruzione. 

In particolare, sollecitati dagli interventi del D.S. F. Lorusso e del D.S. E. Delfino, rispettivamente presidente della Sezione regionale Puglia e presidente nazionale Disal,  si è valorizzato il nesso che può e deve esistere tra l’espletamento delle prove invalsi e la scuola intesa come comunità di persone in apprendimento, con l’obiettivo di sottrarsi alla logica dell’adempimento burocratico e di costituire, invece, guide esperte, consapevoli e proattive nel percorso di formazione e di istruzione.

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Torniamo alla persona per battere le paure e la disgregazione

scuola elementare bambini genitori lapresse 2018Dagli eventi che ci mettono alla prova quotidianamente  alla riflessione su che cosa sta accadendo in generale nella scuola, vi propongo questo mio articolo su  “il sussidiario.net”

"Ho partecipato dal 25 al 27 ottobre a Perugia al Consiglio Nazionale della Disal, associazione di presidi di cui mi onoro di essere presidente per la sezione pugliese. Il tema e il titolo mi hanno subito colpito e convinto: “Una scuola delle persone”. Mettere ora al centro della riflessione tra presidi non i Pon, non progetti particolari o altri adempimenti e normative ma la persona induce a riflettere e a chiedersi che cosa è accaduto negli ultimi anni nella scuola. Si è forse persa negli ultimi tempi la dimensione semplice e diretta di quanto siano importanti le persone?

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